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Il problema degli odori è sempre più attuale e sentito da parte della popolazione per molte ragioni: in primo luogo grazie all’attenzione sempre crescente verso la tutela dell’ambiente e la salute umana;  in secondo luogo a causa dell’ubicazione degli impianti industriali vicini a zone residenziali; inoltre con il passare del tempo e con l’aumentare della civiltà e del benessere l’uomo si sta abituando ad ambienti di vita con pochissimi odori, specialmente quelli sgradevoli.

Fino a pochi anni fa, ad esempio, si poteva ancora fumare nei locali pubblici, ed era quindi normale stare per ore al chiuso in stanze piene di fumo; al giorno d'oggi questo non è più possibile, ed infatti l'odore del fumo di sigaretta dà molto più fastidio che in passato, perché il nostro naso non è più abituato a questo tipo di odore.

Andando indietro di qualche decennio possiamo vedere come, ad esempio, ai tempi dei nostri nonni fosse normale abitare vicino ad allevamenti di bestiame, oppure avere addirittura una stalla in casa: situazioni che al giorno d'oggi non sarebbero più tollerabili.

A conferma di questo cambiamento del senso comune della popolazione nei confronti degli odori, basta consultare i dati di ARPA che negli ultimi anni ha aumentato le ispezioni per problematiche connesse a questi problemi, a seguito di richieste sia da parte degli organi di controllo competenti sia da parte di comuni cittadini.

Le amministrazioni pubbliche e le aziende si trovano a dover gestire quindi contenziosi legati a molestie olfattive, causate, ad esempio, da discariche, industrie chimiche, fonderie, allevamenti di animali.

Si registra anche un aumento dei contenziosi per le emissioni odorigene provocate dalle cucine dei ristoranti oppure per gli odori dovuti agli impianti a biomasse.

 

Al di là di questi casi singoli, è evidente che la sensibilità nei confronti degli odori sta cambiando ed il problema legato alle attività che emettono odori sgradevoli si sta espandendo; è quindi prevedibile che nei prossimi anni saranno sempre maggiori i casi di lamentele e richieste di ispezioni e accertamenti in questo senso.

L’inserimento nella realtà locale di un impianto industriale e l’accettazione da parte della popolazione è quasi sempre condizionata, oltre che dagli impatti ambientali legati alle emissioni inquinanti, anche dall’impatto olfattivo molesto spesso associato a tali installazioni.

Le attività che generalmente emettono più sostanze maleodoranti sono:

  • gli impianti di gestione dei rifiuti
  • gli impianti chimici e quelli che utilizzano solventi
  • gli impianti a biomasse
  • gli allevamenti di bestiame e le attività di lavorazione di sottoprodotti di origine animale.

Molti degli Stati Europei più sviluppati hanno già legiferato in merito al disagio olfattivo in diversi modi: fissando dei limiti alle emissioni di odore o alla frequenza di queste emissioni sgradevoli nell’arco della giornata; predisponendo l’obbligo di monitoraggio tramite misure di odore e ispezioni sul campo; definendo le distanze minime degli impianti dalle abitazioni; richiedendo delle valutazioni modellistiche per predire la compatibilità degli impianti nel territorio.

In Italia, invece, non esiste ancora una vera e propria normativa su questo tema: ci sono solo delle linee guida locali, come quelle della Regione Lombardia, oppure delle direttive specifiche, sempre locali, come quelle della Regione Piemonte, sull’inquinamento olfattivo da cottura degli alimenti; nel nostro paese tutte le norme, sia civili che penali, non prendono mai in considerazione le emissioni di odori nella sua totalità, come invece accade per altri campi dell’inquinamento atmosferico.

I cattivi odori persistenti sono causa di fastidio per la popolazione residente nelle vicinanze degli impianti che li emettono, e ciò sta diventando un elemento di conflitto, sia per gli impianti esistenti, sia nella scelta dei siti di localizzazione di nuovi impianti.

Le sostanze odorigene non sono sempre associate ad un reale rischio per la salute umana, infatti la loro natura è raramente pericolosa e le concentrazioni sono generalmente molto basse; i possibili disturbi ed effetti, quindi, sono spesso associati al “fastidio olfattivo”, e si localizzano generalmente a disturbi gastrici, mal di testa, disturbi del sonno o perdita di appetito.

Un altro problema da non sottovalutare, nel caso di esposizione persistente a disturbi odorigeni, potrebbe essere quello dell’insorgere nella popolazione di una sorta di ossessione di massa, con dinamiche simili alla “sindrome di Burnout”, individuando la fonte di qualsiasi problema, nella sorgente di emissioni odorigene.

In conclusione possiamo dire che la definizione dei limiti normativi alle emissioni costituisce un problema di non facile soluzione, sia per le difficoltà legate alla soggettività della percezione olfattiva, sia per la modalità di determinazione degli odori nell’ambiente, ma è auspicabile che anche in Italia, seguendo l’esempio degli altri paesi europei, si definisca al più presto una normativa chiara sul tema degli odori.

 

 

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